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domenica 14 settembre 2014

Il Manifesto di Marx ed Engels

Il Manifesto del Partito Comunista
(K. Marx, F. Engels; 1848)
 

post di Roberto Testa, 5 H


Il “Manifesto del Partito Comunista” è un saggio politico a scopo informativo e divulgativo che ha principalmente la funzione di descrivere i princìpi e i progetti del partito comunista. Il punto di forza del libro è l’attentissima analisi storica da parte dei due filosofi.
Il libro è diviso in 4 capitoli : Borghesi e proletari; proletari e comunisti; letteratura socialista e comunista; la posizione dei comunisti rispetto ai diversi partiti d’opposizione.
Il punto di forza del libro è il primo capitolo : i due filosofi, illustrano il corso della storia dopo averlo studiato ed analizzato attentamente da due parti, quella borghese (oppressori) e quella proletaria (oppressi), intendendo per borghesi i capitalisti moderni (da patrizi a baroni, da mastri a feudatari) e per proletari i moderni lavoratori salariati (da schiavi a plebei, da servi a garzoni) . Tra borghesi e proletari c’è un conflitto (“lotta di classe”) che è sempre esistito, poiché i borghesi sono i proprietari dei mezzi di produzione e hanno bisogno di produrre (quindi di far lavorare operai) per arricchirsi e far andare avanti il mercato, mentre gli operai sono costretti a “vendersi” attraverso il lavoro per poter vivere. A poco a poco, però, anche attraverso  rivoluzioni sociali, culturali ed economiche, il proletario prende coscienza del fatto che è sfruttato, malpagato e che le sue condizioni di lavoro spesso e volentieri sono molto scadenti e allora prova a ribellarsi, alla ricerca di una dignità propria e magari, di un aumento del salario. In questo cammino di crescita, trova altri “compagni” e colleghi con le sue stesse idee di rivoluzione e con i suoi stessi problemi nel lavorare e quindi nel vivere : da questi incontri nasce l’unione, quindi nascono le prime associazioni di proletari e di operai e a poco a poco si riescono a creare veri e propri partiti di lavoratori che combattono giornalmente per una società equilibrata e democratica. E’ la nascita del comunismo, la nascita di una coscienza della parte di umanità oppressa da chi vuole sottomettere il più debole (economicamente, politicamente e fisicamente).  Il comunismo a questo punto ha bisogno di avere dei “punti cardinali” attraverso i quali orientarsi, e allora i due filosofi nel secondo capitolo inseriscono una lista di 10 misure da applicare per “fondare” una società comunista; le più importanti sono : 

Abolizione della proprietà privata; Creazione di una banca nazionale con monopolio esclusivo; Accentramento dei mezzi di trasporto e delle fabbriche nelle mani dello stato; Obbligo di lavoro per tutti; Istruzione pubblica e gratuita per tutti i bambini. 

Ma per far sì che la società diventi comunista, occorre sopprimere la classe dominante (borghesia) attraverso una rivoluzione, quindi Marx invita i proletari (che intanto, a causa dello sviluppo dell’industria e dell’economia, aumentano di numero) a rivoluzionare il sistema e a prendere il potere. Ma una volta preso il potere, per evitare che i proletari diventino borghesi e che quindi si ritorni al punto di partenza, l’ormai “dittatura proletaria” dovrà stare ben attenta e quindi rispettare quella lista di misure accennata prima, attraverso la quale riuscirà a concentrare la produzione nelle mani degli individui associati e non nei singoli, il potere pubblico perderà il suo carattere politico, quindi si riuscirà ad eliminare la lotta di classe, perché si avrà una “associazione in  cui il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti” [II. Proletari e comunisti, p.37]. 
Un altro punto importante del libro è la dialettica : Marx sia attraverso il ben parlare che attraverso l’apologia del comunismo (dalle accuse lanciate da parte dei borghesi, vedi cap.2) riesce a far comprendere ancora meglio la vera essenza del comunismo e riesce a persuadere chi legge perlomeno a riflettere su queste cose, poiché la società tuttora è capitalistica, consumistica, comandata da banche e da multinazionali in mano a privati, e il libro è attuale : solo con una rivoluzione da parte della classe oppressa che ormai è numericamente in maggioranza rispetto alla classe dominante si può provare a cambiare la società che purtroppo è diretta verso un vicolo cieco che ci porterà alla rovina e al degrado, e quindi, alla fine, poiché avremo la classe dominante sempre più ristretta e ricca e la classe oppressa sempre più numerosa e povera. 

Con l’aumento demografico, aumenta il bisogno di produrre e di consumare, quindi di vendere: a questo punto, il capitalista deve guadagnare di più per espandere i mercati e non può aumentare gli stipendi al proletario, perché i costi dell’industria salirebbero e le merci avrebbero prezzi troppo alti. Ma allo stesso tempo, senza un salario adeguato, il proletario non può nemmeno comprare ciò che è essenziale per vivere. E proprio il proletario deve sfruttare questo momento : si avranno crisi di sovrapproduzione, dato che nessuno potrà più comprare niente e il capitalismo andrà in frantumi, e, proprio in questo momento, i proletari dovranno prendere il potere per capovolgere la situazione.
L'opera si chiude con un appello : “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”
E’ un grido all’internazionalismo proletario, è un grido all’unione dei comunisti, all’associazione e alla preparazione della presa del potere che, in seguito all’analisi storica descritta nel libro, non tarderà ad arrivare, poiché prima o poi il sistema capitalistico crollerà attraverso le sue stesse mani (“Non sarà in grado di dominare, perché non sarà in grado di garantire la vita al proprio schiavo neppure entro i limiti della sua schiavitù, perché è costretta a farlo sprofondare in condizioni tali da doverlo poi nutrire anziché essere nutrita da lui” 1. Borghesi e proletari, p.22).

Vorrei chiudere la relazione con due espressioni che per me racchiudono l'ideale comunista :  
Il comunismo non è una dottrina ma un movimento; non muove da princìpi ma da fatti. I comunisti non hanno come presupposto questa o quella filosofia, ma tutta la Storia finora trascorsa e specialmente i suoi attuali risultati reali nei paesi civili. 
[F. Engels, ( Deutsche- Brusseler- Zeitung n. 80 del 7 ottobre 1847)] 

Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.  
(Karl Marx e Friedrich Engels. L'Ideologia tedesca, 1846).

prosegue Graziana Arcifa, classe 5 B

Ho confrontato le mie opinioni con la mia compagna Jessica l'altro giorno poiché anche lei ha letto questo libro. Per lei il testo era molto facile da comprendere, per me non lo è stato affatto. Ho acquistato il volume qualche mese prima della fine della scuola poiché era parte del programma di storia dell'anno scorso (il 1848) e dunque mi ha incuriosito, ma non ho cominciato subito a leggerlo. Poco tempo dopo ho letto dalla  lista della professoressa che questo libro era fra quelli consigliati per le letture estive e dunque ho deciso di cominciare a leggerlo. Non è stato semplice poiché non sono abituata a leggere testi del genere. Tuttavia la lettura del libro mi ha aiutata a comprendere meglio il rapporto fra le classi sociali del tempo, ma soprattutto ha risposto ad una mia domanda che mi aveva spinto a leggere il libro, e cioè "cos'è il comunismo? E' vero ciò che dice la gente a riguardo?" Dunque la lettura del libro mi ha aiutato a dare maggiori risposte e soprattutto spero sia stato utile a prepararmi al programma di storia che svolgerò quest'anno, ovvero lo studio del  '900

 riflessione di Jessica Zappalà, 5 B


Ho scelto di leggere questo libro per curiosità. Ho tanto sentito parlare durante la mia carriera scolastica di ‘comunismo’, ma non ho mai avuto forse il tempo  di estendere la mia conoscenza sull' argomento se non leggendo dei libri molto interessanti che avevano uno sfondo storico caratterizzato da questo movimento rivoluzionario. Una cosa che mi ha molto affascinato da sempre è la possibilità di uguaglianza sociale che ritrovavo sovente in questo argomento; forse è anche per questo che ho optato per questo libro in mezzo ad una lista di titoli altrettanto interessanti offertaci dalla  lista di letture estive.

Mi sono da sempre chiesta perché nel mondo esistessero delle disuguaglianze che comportavano stili diversi di vita e cambiamenti tal volta incisivi nella vita di ognuno rispetto ad un aspetto emblematico qual è quello del denaro nella nostra società; in poche parole mi chiedo perché esistono i ricchi e i poveri. E da cosa dipende questa divisione? (detto in maniera molto superficiale).

Questo libro, ha destato in me tanta curiosità perché ero certa di trarre almeno qualche chiarimento rispetto queste problematiche.
Il comunismo tra i suoi tanti scopi l’abolizione della proprietà privata, tipica del periodo borghese; questo scopo va di pari passo con la volontà di creare una società eguale in stile di vita, nazionalità, lavoro e produzione. Non si cadrà così fosse nel baratro dell’omologazione ?(tema molto attuale).I metodi con i quali Marx ed Engels si ripropongono di arrivare a  questi e ad altri scopi del partito operaio, sono però per certi aspetti preoccupanti: è giusto, dopo aver detestato l’oppressore borghese, succube del capitale, passare dall’essere un oppresso all’essere, anche solo per una prima fase, una dittatura? I due filosofi dicono infatti che l’unico modo per far accadere la rivoluzione che loro aspettano, è quella di intervenire ‘per mezzo di interventi dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione’; questo è l’unico modo per il sovvertimento dell’intero sistema produttivo a favore del ceto operaio pronto a prendere il posto al vertice del potere politico… ma, il potere politico non è altro che ‘il potere organizzato di una classe per l’oppressione di un’altra’?

E’ probabile che io abbia questi dubbi perché, anche avendo letto a fondo queste poche pagine, non conosco l’andatura globale del periodo storico nel dettaglio, e non ho ancora delle nozioni filosofiche che mi aiutino nella comprensione del messaggio degli autori.

Sono però molto contenta della scelta dell'opera, in quanto ha accresciuto ulteriormente in me la curiosità e la voglia di saperne di più su questo fenomeno storico molto importante. Nel libro è spiegato in maniera eccellente il motivo della sicura disfatta borghese, ma la società odierna mi ricorda molto la descrizione del libro e i gap presentati da esso di questa affrettata svolta economica; dunque storicamente, esiste la fine del ceto borghese?
Queste sono risposte a cui potrò accedere solamente documentandomi nel corso di quest’anno scolastico. 

sabato 13 settembre 2014

simposio virtuale sulla felicità









Un simposio virtuale sulla filosofia di Epicuro e la sua esortazione alla felicità. Partecipano all'incontro gli studenti della 4 E. 

Ascoltiamoli.......



Tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C ad Atene emerge la figura di Epicuro, la cui dottrina ha avuto una grande influenza sulle scuole di pensiero successive. Tra i pochi scritti che ci sono pervenuti vi è una lettera 'A Meneceo', il più famoso testo di Epicuro, incentrato sui temi fondamentali della filosofia epicurea, quali la ricerca della felicità, la natura divina, la morte, la classificazione dei desideri e dei piaceri.
Il testo si apre con l'esortazione alla filosofia. L'attività del filosofare è per Epicuro la "medicina dell'anima": un fare che mira al conseguimento di una condizione di benessere. Filosofare è sempre utile, per vecchi e giovani, poichè il suo scopo principale è quello di aiutare l'uomo nella ricerca della felicità e tutti gli uomini anelano ad essere felici, a qualsiasi età. [...]«Bisogna dunque esercitarsi in ciò che può produrre la felicità:se abbiamo questa possediamo tutto; se non la abbiamo, cerchiamo di far tutto per possederla».
Fabiola


Nell'epicureismo la prima condizione perchè si realizzi il movente dell'agire umano, ovvero la felicità, è assicurarsi un "punto di vista" esterno all'azione stessa affinchè l'individuo possa scegliere consapevolmente come gestire la propria vita.
Per scoprire la dissennatezza umana, occurre dunque distaccarsi dal mondo. Questo invito all'allontanarsi dagli affari mondani non è tuttavia da intendersi come un invito all'individualismo, considerando anche che uno dei massimi valori predicati da Epicuro è l'amicizia. Esso è in realtà l'indicazione per il raggiungimento di una condizione atta al pensiero assennato, da cui si originano tutte le virtù.

Marika



Epicuro condanna coloro che predicano ai giovani di vivere bene e agli anziani
di concludere bene la loro vita, poiché è una sola l'arte del vivere bene e del
morire bene. Egli vede la felicità come l'assenza di sofferenze del corpo e
dello spirito e non il semplice accumularsi di piaceri.

Stefania

...Epicuro esorta Meneceo, destinatario della sua lettera, a praticare la Filosofia.
E’ interessante il verbo. Il filosofo non usa il verbo conoscere. Per lui bisogna vivere, pensare ed agire da filosofi.

Marco

Nella lettera la felicità è intesa come il fine ultimo della vita che coincide con il Bene ed è dunque vista come un piacere "catastematico" che consiste nella privazione di dolore fisico e spirituale al contrario oggi si vede la felicità solo come un piacere personale volto a soddisfare i propri desideri. Infatti noi tutti riusciamo a trovare la felicità solo in quell'attimo, in quell'istante in cui tutto va "per il verso giusto", quell'attimo in cui ci sentiamo appagati perchè siamo riusciti ad esaudire un nostro sogno, quell'attimo in cui stiamo con la persona che amiamo, siamo felici per quel bel voto preso a scuola, per i vestiti nuovi, per il telefono nuovo ma poi finita la gioia per la novità, finito quell'attimo che fine fa la felicità? Non facciamo altro che vivere sempre con l'amaro ricordo di quel momento felice e il desiderio di una "nuova felicità" perchè come dice Epicuro quando siamo felici è come se non ci manca nulla, ma quando perdiamo la felicità facciamo di tutto per ritrovarla!
 Serena
L'uomo liberato dalle angosce può raggiungere la serenità dell'animo e quindi la felicità. L'uomo necessita di felicità quando quest'ultima non c'è , ma deve essere comprensibile che la felicità si raggiunge con poco e siamo noi a scegliere la nostra sorte 
Clara 

 Occorre limitare la soddisfazione ai soli desideri naturali e necessari, in quanto gli altri sono insaziabili, privi di limite e incapaci di condurre al piacere. Chi è consapevole di tutto questo, si è liberato dalle false paure, sa quale è il piacere da perseguire, ha raggiunto la saggezza.

Antonio

 Il principio di una vita felice è il piacere,e in base al sentimento noi facciamo delle scelte che possono darci più o meno piacere;spesso preferiamo scegliere un dolore che può durare per un determinato periodo,ma che successivamente porterà grande piacere e soddisfazione;i piaceri possono essere associati al bene se questi comportano un animo sereno e aiutano il corpo a non soffrire,vanno rifiutati se portano sofferenze all’animo. 

Carlo
Epicuro afferma anche che il fato non è padrone di tutto in quanto le cose accadono o per necessità o per arbitrio della fortuna o per arbitrio nostro, ma la necessità è irresponsabile, la fortuna instabile e il nostro arbitrio è libero.
Infine termina dicendo che sarebbe meglio essere saggi senza fortuna che fortunati,ma stolti o che un bel proggetto non vada in porto piuttosto che abbia successo,ma sia dissenato. Bisogna meditare sempre su tutto questo così che non sarai in preda all'ansia e vivrai come un Dio fra gli uomini, in conclusione dico che su molte cose sono d'accordo con Epicureo, grande filosofo che pur essendo di un'altra epoca riesce a trasmettere pensieri che tutto oggi possono ancora essere considerati. 
Giorgia
.. Per raggiungere la felicità bisogna cercare il piacere dell'anima e del corpo...
Francesca 
......Epicuro loda la saggezza come la più importante delle virtù, senza la quale non sarebbe possibile vivere un’esistenza felice. 
Silvia
Consideriamo un grande bene l'indipendenza dai desideri non perché sia necessario avere sempre soltanto poco, ma perché se non abbiamo molto sappiamo accontentarci del poco. Siamo profondamente convinti che gode dell'abbondanza con maggiore dolcezza chi meno ha bisogno di essa e che tutto ciò che la natura richiede lo si può ottenere facilmente, mentre ciò che è vano è difficile da ottenere.  “  

Il vivere felici, non temendo gli Dei e la morte, sapendosi accontentare di poco e sopportando i dolori poichè quando essi cesseranno ritorneremo ad uno stato di piacere, ci rende simili agli immortali.
Il pensiero di Epicuro è attualissimo e condivisibile.

Daniele
Ci viene istintivo porci una domanda :“possiamo invece temere ciò che precede la morte,ossia la malattia e la sofferenza?”. Epicuro risponde a questa domanda affermando che, qualora l’uomo si trovasse nella situazione di provare dolore, questo sarebbe facilmente sopportabile. Nella visione epicurea vedo una forte positività che rende i suoi insegnamenti più leggeri ed accettabili, anche se nella società odierna sono forse poco praticabili. La paura è ormai insita nell’uomo, quasi una sua parte complementare e il raggiungimento della felicità è spesso visto come una meta tanto lontana da sembrare quasi un’illusione. Un’altra argomentazione sostenuta da Epicuro sulla quale mi trovo molto d’accordo riguarda i piaceri e i bisogni della vita. Sostiene infatti che non servano grandi eccessi per essere felici: il benessere risiede infatti nelle piccole cose che, se sapute assaporare, ci portano all’appagamento dell’animo. 

Margherita C.


....Sicuramente oggi il piacere viene intenzionalmente ricercato con ogni mezzo da ciascun individuo, come se il godimento sfrenato del piacere lo prolunghi all’infinito. In particolare, noi ragazzi cerchiamo emozioni forti, ritenendole le sole in grado di colpirci. Del resto tutta la pubblicità e il marketing sfruttano  queste debolezze umane per vendere prodotti che regalano illusioni di felicità. Il miglior insegnamento che si può trarre da questa lettera di Epicuro è che comunque, bisogna porsi dei problemi, non dare tutto per scontato ed analizzare criticamente ogni cosa. Forse così potremo superare le ansie e le preoccupazioni che avvolgono l’esistenza. La ricerca spasmodica del piacere attualmente ci spinge a trovare subito delle risposte per tutto, ma la filosofia ci abitua a farci delle domande per formulare giudizi. 
Damiano

La conclusione della lettera si basa sul riassumere i punti essenziali della lettera. La lettera si conclude infine  con una delle più belle frasi di Epicureo: “Poiché in  niente è simile a un mortale l’uomo che viva fra beni immortali”. Con questa frase Epicureo ci conduce al centro della sua filosofia, il raggiungimento di una felicità che ci rende come dei in terra.


Sergio

...Ho apprezzato il modo in cui Epicuro in questa lettera, attraverso la presentazione del quadrifarmaco (complesso di quattro regole fondamentali per raggiungere la felicità), vuole liberare gli uomini dalle paure comuni, come la morte, la quale è solo una conseguenza del fatto che noi non ci siamo più; gli dèi, materia perfetta e quindi inconciliabile con la nostra imperfezione; il dolore fisico, che non è destinato a durare in eterno; o la mancanza del piacere, la quale è sopprimibile solo attraverso l’eliminazione dei desideri inutili.

Serena P.


Mi trovo d'accordo con gli insegnamenti di Epicuro poichè è giusto calcolare e decidere quali sono le giuste decisioni da prendere facendo ricorso al giusto mezzo della prudenza, non lasciandoci attrarre da tutti i piaceri ma cercando comunque di vivere in modo saggio ed equilibrato ogni situazione evitando dei mali che porterebbero solamente al turbamento fisico e psicologico.

Silvia V. 

Che cos’è la felicità?
Questa è certamente una domanda le cui risposte potrebbero essere molte e varie. La felicità è, secondo me, una profonda sensazione di appagamento interiore, sentiamo questo stato d' essere dentro di noi ogni volta che prendiamo una decisione giusta, ogni volta che "tocchiamo" le nostre aspettative, che arriviamo a compiere un nostro desiderio. La felicità può essere definita l'attesa della felicità, in un certo senso infatti la felicità è più l'attesa di una condizione che in qualche modo è per noi favorevole, che la situazione stessa. Siamo felici nel momento in cui sappiamo che sta per accaderci qualcosa di bello, qualcosa che aspettavamo da tanto, ma quando quel qualcosa arriva la felicità svanisce. La felicità risulta così più un’illusione, è come quando noi ragazzi abbiamo la scuola e aspettiamo con ansia che arrivi la domenica per poter rimanere a casa a dormire e non doverci alzare presto per seguire le lezioni però la domenica stessa siamo già “tristi” perche pensiamo che il lunedì dovremo alzarci e seguire le lezioni, non riusciamo così a goderci il momento.
 
Giuliana




Il mondo di Sofia



"Tu che ne pensi del mondo,Sofia? Credi che il mondo sia possibile? Anch'esso è sospeso nello spazio! La cosa più triste è che, crescendo, noi ci abituiamo  soltanto alla legge di gravità bensì al mondo così com'è . In altre parole , perdiamo a poco a poco la capacità di stupirci per quello che il mondo ci offre. Ed è una perdita grave, alla quale i filosofi cercano di porre rimedio . Nel nostro animo , noi intuiamo che la vita è un mistero. E questa è una sensazione che abbiamo provato una volta, molto tempo prima che imparassimo a pensarci."





di Margherita Costanzo, 4 E

Il libro in questione, scritto da Jostein Gaarder, filosofo e teologo norvegese, ambientato nel 1990, tratta dell’intera storia della filosofia, dal primo filosofo naturalista, Talete, ai filofosi appartenuti al secolo scorso come Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir. 
Oltre a questo excursus filosofico, Gaarder tesse le fila di un’avvincente storia, la cui protagonista è Sofia, come lo stesso titolo conferma. Sofia e il suo maestro, Alberto, discorrono di filosofia in modo estremamente semplice e chiaro, ciò facilita quindi l’apprendimento senza sforzi, rendendo di conseguenza il libro molto scorrevole. Ho trovato il finale, ossia, la scoperta da parte di Sofia e di Alberto di essere solo dei personaggi inventati di un racconto scritto da un maggiore dell’ONU, in servizio in Libano, per i quindici anni della propria figlia, Hilde, molto avvincente e soprattutto “fuori dalle righe”. Mi ha stupito infatti questa scelta, ma allo stesso tempo l’ho trovata estremamente originale. Posso certamente affermare che questo libro ha rinsaldato in me le nozioni affermate durante il corso dell’anno scolastico, ed è riuscito a solleticare la mia mente con i vari filosofi successivi, dal rinascimentale Copernico al romantico Hegel, da Immanuel Kant a Nietzsche. 
Jostein Gaarder è riuscito, attraverso il suo linguaggio, a farmi immedesimare sia nell’allieva che nel filosofo di cui trattava, facendomi immaginare contesti storici, scenari e persone con semplice naturalezza. Fornisce inoltre una buona dose di suspance che avvolge le vite dei personaggi dalla prima pagina, in cui si narra del ritrovamento della lettera da parte di Sofia, all’ultima, con la solitaria e quasi commovente scena in cui il maggiore e Hilde si tuffano nel lago per riprendere la barca alla deriva.



di Margherita Alessio, 4 E

 Questo straordinario romanzo, e dico straordinario perché oltre ad un’appassionante storia comprende anche un breve trattato sulla filosofia, ha inizio il giorno in cui Sofia Amundsen, ragazza come tante altre, trova delle strane domande anonime nella sua cassetta delle lettere:
“Chi sei tu?” “E da che Mondo provieni?”
Da quel giorno in poi Sofia continuò a ricevere pacchi di fogli appartenenti a un corso di filosofia, con il quale risponderà a molte delle sue (e delle nostre) domande e che si scoprì poi essere spediti dal filosofo cinquantenne Alberto Knox.
Dagli atomi di Democrito alle intuizioni di Galileo, dal Medioevo a Freud, dai miti alla religione, questo libro ci sprona ad interessarci sempre al Mondo che ci circonda, a non sottometterci all’abitudine e alla passività e a sorprenderci sempre come fanno i bambini. 

La filosofia è questo: porsi degli interrogativi, ricercare, conoscere.

Non tutti possono però diventare filosofi poiché, presi come sono dalla loro vita, rinunciano a farsi delle domande.
Ed è proprio questo che Alberto vuole evitare con Sofia, incitandola a chiedersi sempre il perché delle cose.
Ho trovato davvero utile e interessante questa sorta di guida alla filosofia per principianti, perché oltre a servirmi da ripasso degli argomenti trattati durante lo scorso anno, ha accresciuto le mie conoscenze su argomenti basilari, ma allo stesso tempo complessi e intrecciati.


di Marika Montalto, 4 E 


Come nel mito della caverna di Platone, Sofia si accorge invece che il suo mondo è costituito da ombre e decide di liberarsi dalle catene e scappare verso quello che le sembra un mondo più vicino alla realtà. Il mezzo utilizzato nel viaggio è il pensiero filosofico, unica via verso la verità.
Al termine di questo libro, proprio quando si stanno per voltare le ultime pagine e si è ancora in compagnia di Sofia che dalla macchina rossa osserva Hilde e suo padre, si comprende che quello che ci è apparso in principio come un manuale di storia della filosofia, è in realtà una sorta di manuale del pensiero umano che contiene dubbi presenti anche nella nostra mente.
Queste domande senza risposta erano managi nascoste, sepolte sotto i più sciocchi dubbi quotidiani, ma una volta riportate alla luce non potremo fare a meno di chiederci il perchè di questa vita e il perchè dell'esistenza.
Da dove viene l'universo? Cosa siamo noi? Esistiamo per una ragione?
C'è un motivo del perchè io sia una determinata persona piuttosto che un'altra diversa per gusti, aspetto e pensieri?

Queste sono domande che in millenni non hanno ricevuto risposte esaustive, ma sono domande attuali, lo sono state nel passato e lo rimarranno nel futuro, perchè all'uomo non è dato un sapere assoluto e indiscutibile, però è data una ragione e questa ragione può portarci a delle risposte.
"Cogito ergo sum."

Mi ha colpito il fatto che il maestro di Sofia desidera che lei pensi fuori dagli schemi senza abbandonarsi al sonno dell'ignoranza e dell'indifferenza, al contrario della maggior parte della popolazione, cercando sempre una risposta logica alle sue domande 

Silvia Vitale, 4 E

nel principe, golpe e lione



 di Stefania Garozzo, 4 E

Il principe di Machiavelli, scritto in un'ottica assolutamente innovativa,
rappresenta il culmine del processo di fondazione della politica come una
scienza vera e propria.
L'autore espone quelle che per lui dovrebbero essere le qualità di un principe
quasi "ideale" offrendoci continui spunti di riflessione. Ogni epoca, con
argomenti diversi, si riconosce in questo scritto poiché i temi che presenta
sono sempre attuali.
Ciò che rende Machiavelli estremamente innovativo è la sua totale laicità: le
stesse qualità del principe, e quindi anche le leggi, non rispettano più un
carattere morale e cristiano ma possono spesso essere considerate immorali,
basti pensare a "il fine giustifica i mezzi" concetto ancora oggi al centro di
discussioni e analisi. Adesso sono la "golpe" e il "lione", rispettivamente
astuzia e forza, a rappresentare caratteristiche essenziali del sovrano;
diventa importante sapersi adattare a sempre nuove situazioni, per questo
Machiavelli presenta una "politica delle apparenze", non è importante che il
principe possieda tutte le qualità positive, ma che sembri possederle.
Sullo sfondo il popolo che risulta, dalle parole dell'autore, quasi
inaffidabile poiché estremamente mutevole; egli afferma infatti, secondo un
proverbio che definisce "trito" che 

"chi fonda in sul popolo fonda in sul fango".
Dopo aver delineato l'immagine di un principe guidato dalla razionalità e
padrone delle sue azioni, Machiavelli ci presenta la fortuna, la quale è
responsabile della metà di ciò che accade nella nostra vita. Mi stupisce quindi
come l'autore, che si dimostra estremamente razionale, risulti quasi fatalista
e rassegnato di fronte all'ineluttabilità del fato, affidando al libero
arbitrio solo la metà delle nostre azioni.
Nell'ultimo capitolo l'autore esorta la famiglia De Medici a scacciare i
barbari dall'Italia e riunirla sotto un unico regno, rivelandosi ancora una
volta un anticipatore dei tempi.

È spontaneo, dopo aver letto questo libro, riflettere su quella che  è la
politica, vista da Machiavelli come il "tutto", massima aspirazione dell'uomo,
bene a cui egli deve tendere, caduta oggi  forse così in basso da essere diventata un
semplice espediente di lucro, impossibilitata a svincolarsi dagli interessi
personali di chi pensa sempre meno al popolo poiché spesso 

"quello del popolo è più onesto fine che quello de' grandi".


di Silvia Portale, 4 E 

... È nel quindicesimo capitolo che Machiavelli espone forse l’argomento più importate dell’intero trattato: la spiritualità del principe.  
Afferma che un principe, per restare al potere, deve comportarsi anche in maniera non buona senza curarsi della cattiva fama derivata da questo comportamento. Infatti è inevitabile che un uomo che si vuole comportare da buono in mezzo a gente non buona vada in rovina. 
Per l’autore, un principe si deve mettere sullo stesso piano morale di chi governa. Si parla ancora di generosità e parsimonia, di lealtà di parola, della furbizia della volpe e di violenza del leone , di come sia conveniente essere temuto piuttosto che amato dal popolo, di fortificazioni e difese . 
Il diciannovesimo capitolo è come un riassunto di tutte le caratteristiche che un principe deve avere per farsi ben volere: non deve appropriarsi delle cose del popolo, non deve essere superficiale, effemminato e pauroso, ma deve apparire coraggioso, grande e con molta forza di carattere. Qualora non offrisse questa immagine di sé, deve avere due paure: i sudditi e le potenze straniere. Inoltre deve dare una buona immagine di sé premiando o castigando in maniera esemplare. 
Machiavelli conclude rassicurando che un nuovo regnante sarebbe accolto da tutti a braccia aperte, poiché l’Italia stessa ha bisogno di un redentore (“Quali populi gli negherebbono la obbedienza? Quale italiano gli negherebbe lo ossequio? A ognuno puzza questo barbaro dominio). 

Gli ultime versi sono tratti da "Italia mia" del Petrarca: 
“Virtù contro a furore/ prenderà l’armi, e fia el combatter corto/ che l’antico valore/ nelli italici cor non è ancor morto.”


di Francesca Proietto Batturi, 4 E

..Il Principe necessita varie qualità: prudenza, saggezza, capacità di simulare e dissimulare, capacità di usare la forza per mantenere il potere, arte della guerra, virtù, furbizia e ragione.
Il Principe deve effettuare diverse scelte per la salvezza dello Stato e la salvaguardia del suo potere, ad esempio deve preferire l'essere temuto all'essere amato; quando lo richiedono le necessità politiche, saper anche mancare la parola data; deve sacrificare la virtù all'interesse dello stato.
Un pensiero che mi ha colpita molto è che il popolo in armi può respingere anche il più agguerrito degli eserciti, di conseguenza un buon sovrano non deve inimicarsi il popolo, altrimenti ne pagherebbe abbondantemente le conseguenze.
 

Seneca e la felicità


“Gallione, fratello mio, tutti aspiriamo alla felicità, ma, quanto a conoscerne la via, brancoliamo come nelle tenebre. È infatti così difficile raggiungerla che più ci affanniamo a cercarla, più ce ne allontaniamo, se prendiamo una strada sbagliata; e se questa, poi, conduce addirittura in una direzione contraria …”
“… dobbiamo avere innanzitutto ben chiaro quel che vogliamo, dopodiché cercheremo la
via per arrivarci, e lungo il viaggio stesso, se sarà quello giusto”.


Seneca  inizia così ad illustrarci la Felicità, la felicità che risulta per tutti “difficile da raggiungere”. Egli ci conduce verso la giusta via, che sarà l’unica e la sola a portarci verso la nostra meta, ma ciò si realizzerà solamente attraverso una breve vita. 
Seneca è capace di offrirci le corrette direttive per raggiungere al meglio uno stato di serenità e di felicità, invitandoci  a rimanere lontano dall’influenza della moltitudine, che sarà capace di deviare le nostre scelte, ribadendo che siamo noi gli artefici della nostra vita.

Michela


«Nessuno è infelice se non per colpa sua»

 Con queste parole Seneca vuole dirci che l’essere infelici è una colpa personale e la strada per raggiungere il benessere è quindi solitaria, basata sul nostro saper riconoscere la via del bene e quella del male.
La ricerca e la scoperta della felicità sono entrambe difficili ad attuarsi e raggiungersi, poiché più cerchiamo di avvicinarla, più ce ne allontaniamo, se non sappiamo scegliere adeguatamente il giusto percorso. Dobbiamo quindi imparare a conoscere bene i nostri desideri e, durante il viaggio per la loro realizzazione, misurare bene ogni nostro passo affidandoci a qualcuno che ha già intrapreso il nostro cammino. Mai però seguire, come un branco di pecore, coloro che ci precedono e che ci portano dove vanno tutti, non dove vogliamo arrivare.
Ognuno deve vivere seguendo la propria natura: vivere secondo natura è vivere felici

Margherita Alessio



L'uomo felice è artefice della propria vita, in quanto non si lascia condizionare dalle cose esteriori perchè punta su se stesso e le proprie capacità ed è pronto ad accettare tutti i risultati che conseguono dalle sue azioni.
Clara


In opposizione agli ideali dell'epicureismo, per Seneca e gli stoici, il piacere non deve essere il divertimento momentaneo e passeggero dei sensi, ma la felicità duratura di un'anima impegnata nel proprio perfezionamento morale.
Il piacere cessa, si consuma nell'uso stesso; il sommo bene invece è immortale.
Il filosofo vive l'oggi e non si cura del futuro poichè fugge il timore del futuro riducendo il proprio orizzonte all'attimo presente e annullando del tutto le proprie speranze sul futuro.
Così il sapiente può celebrare la sua vittoria sul tempo e tendere al bramato premio, compenso per colui che riesce ad amare il propio destino, che consiste nel liberarsi delle leggi dell'umanità e vivere alla stregua di un dio.


Marika

Nel dialogo il filosofo fa una distinzione tra l’uomo “comune” e l’ uomo saggio. L’uomo comune infatti non potrà mai raggiungere uno stato di tranquillità poiché è assalito dai piaceri e alle ricchezze di cui è schiavo e di cui non può farne a meno .Il saggio invece non rifiuta questi appagamenti bensì li sfrutta. Anche il saggio possiede ricchezze ma a differenza del comune uomo, li mescola alla liberalità affinché ne possano usufruire tutti coloro che non hanno avuto questa fortuna 

Daniel 



Come gli stoici, Seneca afferma che vivere felici e vivere secondo natura sono la stessa cosa. Ciò è possibile solo se la mente è sana, amante di tutto ciò che adorna la vita ma con distacco, disposta a servirsi dei doni della fortuna ma senza farsene schiava; felice è colui per il quale non esistono il bene ed il male ma soltanto uomini buoni e uomini cattivi, che segue solo ciò che è onesto e si compiace unicamente della virtù.

Dobbiamo affidarci solo alle nostre personali capacità, indifferenti di fronte alle alterne vicende della sorte; dobbiamo, insomma, essere noi gli artefici della nostra vita e della nostra condotta.
Fabiola
L'uomo felice è artefice della propria vita, in quanto non si lascia mai vincere né condizionare dalle cose esteriori, perché punta su se stesso e sulle proprie capacità, pronto ad accettare tutti i risultati che conseguono dalle sue azioni; quindi è felice chi attraverso la ragione si è liberato dai timori e dai desideri,(ciò non vuol dire che anche gli animali sono felici in quanto sono privi di tristezza e paura, poiché essi non hanno il senso della felicità). Per avere una vita felice la mente deve essere
 
"Sana, forte,energetica,paziente e capace di affrontare qualsiasi situazione interessata al corpo e a quanto lo riguarda, ma senza ansie e preoccupazioni; amante di tutto ciò che adorna la vita, ma con distacco; disposta a servirsi dei doni della fortuna, ma senza esserne dipendente”.
Giorgia

Ma cos’è oggi per noi precisamente la felicità? E come possiamo raggiungerla? Esiste un percorso da seguire o forse la felicità è a portata di mano ma noi noi riusciamo a vederla? Essere felici è uno stato duraturo o un attimo fugace che scompare immediatamente? E dunque quando si è veramente felici?
 Credo che nessuno sappia rispondere con vera convinzione a questi interrogativi in quanto nella vita frenetica di oggi non si può conoscere il vero valore della felicità perchè non si conosce nemmeno il valore delle cose  poichè siamo troppo accecati dall'invidia che ci porta alla ricerca del nuovo che porta la "falsa felicità momentanea" e non sappiamo apprezzare quel poco che abbiamo tra le mani che invece potrebbe renderci felici.
Scrisse Seneca: «Nessuno è infelice se non per colpa sua». Questo aforisma indica una responsabilità e conseguentemente una colpa personale nell’essere infelici. Il problema è dunque nostro, del nostro continuo barcollare tra l'avere e il desiderare,di come inquadriamo la nostra vita, di come permettiamo ad altri di distruggere il nostro equilibrio.
Serena



giovedì 11 settembre 2014

il protagonismo nella ricerca disperata di visibilità

Segnaliamo un articolo di Michela Marzano (Repubblica 11.9.14) estratto dell’intervento che la filosofa terrà domani al Festival di Filosofia, in programma a Modena, Carpi e Sassuolo fino a domenica.

Perchè tanta ricerca di visibilità intorno a noi? Profili da inserire- aggiornare- modificare- ovunque, incontenibili "mi piace", interventi spasmodici nei  social network rivelano l'incertezza di valere qualcosa e il conseguente assillante bisogno di conferma dallo sguardo altrui. 

Ignorando o trascurando il fatto vero che il valore dell'essere sta in noi stessi, in ciò che siamo e diamo, in ciò che costruiamo con le nostre energie e le nostre risorse.




“”PROTAGONISMO . Se c’è un termine che sembra riassumere perfettamente l’epoca contemporanea, è proprio questo. Nella sua duplice accezione di “visibilità” e di “riconoscimento”. Da un lato, il bisogno di essere sempre al centro dell’attenzione è ormai spasmodico, come se l’unico modo di esistere fosse quello di ottenere visibilità e notorietà. Dall’altro lato, i meccanismi di anonimato e d’intercambiabilità che dominano molti ambiti della vita spingono molte persone a rivendicare il riconoscimento per la propria singolarità. Anche se poi non c’è nessun legame logico o concettuale tra visibilità e riconoscimento. Anzi. Talvolta è proprio a forza di voler compiacere tutti per accumulare i “mi piace” sui social network, che si finisce col perdere di vista chi si è, e quello in cui si crede veramente.
Quando il protagonismo si riduce alla notorietà effimera che si può conquistare sulla scena mediatica, i compromessi diventano il pane quotidiano. Ciò che conta non è la propria individualità, ma l’immagine di sé che si cerca di costruire alla ricerca del consenso. «Il bisogno di gloria», scriveva il filosofo Emil Cioran nei Quaderni, «deriva da un senso di totale insicurezza circa il proprio valore, dalla mancanza di fiducia in se stessi». Se non si ha alcuna certezza di valere, d’altronde, sembra evidente cercare conferme continue e dipendere dalla sguardo altrui. Se si “vale” solo in base al numero di follower che ci seguono, è difficile rinunciarci e smetterla di fare di tutto per conquistarli. Tutto pur di essere protagonisti. Tutto pur di non scomparire dalla scena. Anche se poi ci si svende per poco. E a forza di tradire e di tradirsi, ci si perde. Come capirlo, però, in un mondo in cui si è sistematicamente rinviati alla propria inutilità?
Il problema di fondo è proprio qui: a forza di essere “risorse”, e in quanto tali interscambiabili perché di fatto “l’uno vale l’altro”, nessuno si sente più riconosciuto. E il riconoscimento, come spiega bene Axel Honneth, è la chiave di volta della fiducia. Si fanno sforzi, ci si impegna, ci si batte. Ma se poi non si viene riconosciuti, e quindi non si viene amati così come si è, non si è protetti a livello giuridico da un sistema che rispetti la propria dignità e non si ha l’opportunità di trovare un lavoro attraverso cui non solo garantire il proprio sostentamento ma anche consolidare la propria identità — è proprio attraverso i concetti di amore, diritto e lavoro che Honneth declina la nozione di riconoscimento — non si può essere protagonisti della propria vita. Ci si trascina alla ricerca di certezze. Ci si schianta contro l’anonimato. E allora, invece di rivendicare il diritto a un protagonismo reale, si scivola nell’illusione di conquistare importanza e valore attraverso il protagonismo effimero dell’apparenza. Si ripete una, mille, centomila volte “io”, ma di fatto l’io si sbriciola perché ridotto a mera immagine. La controfigura di un protagonista. Che recita un ruolo imparato a memoria, senza più sapere da dove viene e verso dove va.”"

venerdì 5 settembre 2014

nuovo anno


«Insegnare non significa riempire un vaso, ma accendere un fuoco»

Montaigne 





ci rivedremo il 17 settembre, pronti per ripartire?