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domenica 24 marzo 2013

Il darwinismo sociale


post di Valentina Vasta, classe 5 B


Il darwinismo sociale consiste nell’applicazione delle teorie darwiniane in ambito socio-economico. Questa teoria, che afferma l’esistenza di una legge “naturale” che porta al prevalere dei più forti e all’eliminazione dei deboli, fu elaborata inizialmente dal filosofo inglese Spencer, ancora prima che Darwin esponesse al mondo le sue scoperte, che per questo è considerato il padre dell’evoluzionismo. Ogni tentativo di riforma andava, secondo Spencer, contrastato poiché rappresentava un’opposizione a una legge naturale, ponendo al suo posto una legge artificiale. Tuttavia è ovvio che non sia possibile applicare una legge definita “naturale” a un’organizzazione di artificiale qual è la società. In effetti, le teorie darwiniane sull’evoluzione e sulla selezione naturale sono molto più “sincere” rispetto a quelle spenceriane: Darwin, contrariamente a Spencer, non aveva mai pensato a una possibile applicazione di tali leggi all’organismo sociale e artificiale, ma ad una regolamentazione biologica attraverso leggi proprie solamente  degli organismi naturali. Nemmeno il termine “razza” era applicabile al genere umano; purtroppo questa estensione di significato ha fatto presa nel sentire di molti, con le conseguenze storiche che tutti conosciamo.

Nonostante le teorie spenceriane potessero fin da subito essere facilmente confutate, queste godettero di larghi consensi in un periodo in cui la lotta fra le classi aveva raggiunto il suo culmine e durante il quale le maggiori potenze europee si accingevano a colonizzare il mondo e a creare veri e propri imperi coloniali, riuscendo a sopravvivere, purtroppo, anche fino ai giorni nostri, in cui la società è sottomessa a un sistema economico che lascia poco spazio a coloro che non riescono a reggere e sopportare un processo di controllo della produzione e della finanza del tutto indifferente alla salvaguardia degli equilibri sociali.

Un mito che è necessario sfatare è l’identità tra evoluzione e progresso. La storia ci ha, infatti, consegnato un’idea ben diversa: selezionare significa discriminare, negare quel principio di uguaglianza per il quale gli illuministi si sono tanto battuti. È quello che hanno fatto i nazisti: per pochi esseri “superiori”, gli “impuri” devono soccombere. Non è scontato, dunque, che evoluzione sia sinonimo di progresso, poiché questo termine può implicare anche il regresso e la degenerazione della società. Con esiti nefasti.

mercoledì 20 marzo 2013

"Mahatma”Gandhi




post a cura di

N. Musumeci, A. Clementini, R. Bonaventura, M. Caggegi, A. Amoruso, G. Argento, E. Caruso

classe 4° G




 
L’India al tempo di Gandhi
La conquista della penisola indiana, iniziata alla metà del Settecento con la graduale conquista del Bengala Moghul ma completata solo dopo il 1840, con la sconfitta del forte stato Sikh, fu realizzata inizialmente da una società privata sotto controllo parlamentare, la Compagnia delle Indie Orientali. Questa impostò un meccanismo di egemonia coloniale di carattere prettamente economico-finanziario, consistente nello sfruttamento delle risorse fiscali dell'India per mantenere la Compagnia, le sue basi commerciali in Asia e le sue conquiste territoriali. Grazie al saldo attivo dell'India nel commercio interasiatico, attuato esportando in Cina, nel sudest asiatico e altrove oppio e cotonate, la Compagnia poteva acquistare tè, porcellane e seta da rivendere in Europa, tenuto conto del fatto che sino al pieno dispiegarsi della rivoluzione industriale in Gran Bretagna nessuna merce europea era in grado di essere competitiva in Asia. Dopo tale data, i filati e le cotonate di Manchester dilagarono in India (ove non esisteva alcuna barriera doganale alle merci inglesi), distruggendovi in pochissimo tempo l'artigianato cotoniero. Ciò costrinse l'India a spingere a fondo nella esportazione di prodotti primari a basso valore aggiunto (juta, tè, cotone greggio) ma soprattutto a estendere l'export di oppio da introdurre clandestinamente in Cina. Il monopolio governativo dell'oppio rappresentò, per tutto il XIX secolo, una delle colonne dell'economia indiana e la seconda fonte fiscale per l'amministrazione dell'impero coloniale indiano dopo l'imposta fondiaria.

La vita
Mohandas Karamchand Gandhi, padre dell’indipendenza indiana, nasce a Porbandar in India il 2 ottobre 1869 in una ricca famiglia indiana. Già da ragazzo dà una tale importanza alla libertà personale da tentare il suicidio con un suo coetaneo a 14 anni, non sopportando un'esistenza in cui non vi sarebbe stato spazio per l'indipendenza personale. Dopo aver studiato nelle università di Ahmrdabad e di Londra ed essersi laureato in giurisprudenza, esercita brevemente l’avvocatura a Bombay. Ed è proprio in veste di avvocato che nel 1893, a ventiquattro anni, si reca in Sudafrica con l’incarico di consulente legale per una ditta indiana. Abituato ad essere considerato ed a vivere come un rispettato cittadino, sia in India che in Inghilterra, qui, Gandhi si scontra con un'altra realtà in cui migliaia di immigrati indiani sono vittime della segregazione razziale. L’indignazione per quelli che considera enormi ingiustizie e atti illegali da parte delle autorità britanniche lo spinge alla lotta politica.
In questa prima fase della sua battaglia pensa che una corretta informazione e l'opinione del popolo siano la chiave per cambiare le cose: riesce a coinvolgere in questo suo progetto anche giornalisti inglesi che scrivono su giornali inglesi. Dopo un anno di permanenza in Sudafrica, ed avendo risolto la questione legale per cui vi si era recato, Gandhi decide di tornare in India ma la sua gente lo prega di restare ancora un mese, in modo da organizzare i corsi di inglese che egli aveva iniziato a favore degli immigrati indiani analfabeti. Gandhi acconsente e questo "mese" si prolunga per circa vent'anni! Mahatma Gandhi fonda nel 1904 il "Natal Indian Congress", un'associazione per proteggere gli interessi degli indiani in Sudafrica e organizza una colonia agricola dove trasferisce la tipografia del giornale "Indian Opinion" fondato nello stesso anno. In questa colonia Gandhi divide il terreno in appezzamenti di poco più di un ettaro, vi insedia i suoi compagni di lotta e fa sì che ognuno si guadagni la vita con il lavoro dei campi. In risposta a nuove misure di polizia, emanate dal governo del Sudafrica contro gli indiani immigrati, Mahatma Gandhi tiene un famoso comizio il 1° settembre 1906, nel quale lancia il nuovo metodo di lotta a livello di massa, metodo che diverrà l’arma dei deboli. Il satyagraha letteralmente "fermezza nella verità" è il nuovo metodo di lotta propugnato da Gandhi e basato sulla resistenza non violenta e sulla totale non-collaborazione nei confronti delle autorità inglesi del Sudafrica. Migliaia di persone mettono in atto le regole del satyagraha ed in poco tempo le prigioni sono strapiene. Nel 1907 le Autorità maturano l’idea che eliminando Gandhi la ribellione sarebbe svanita nel nulla: lo arrestano e gli intimano di lasciare il paese entro 48 ore. Naturalmente Gandhi preferisce la prigione ma le sue idee fanno breccia ed alla fine il governo sudafricano attua importanti riforme a favore dei lavoratori indiani: elimina parte delle vecchie leggi discriminatorie, riconosce ai nuovi immigrati la parità dei diritti e la validità dei matrimoni religiosi. Nel 1914 Gandhi lascia il Sudafrica e trascorre qualche mese in Inghilterra dove organizza gli immigrati indiani. Ma il clima inglese non è adatto a lui, che si ammala di pleurite.
Tornato in India il 1° gennaio del 1915, Gandhi trova un clima di grande scontento contro l'Amministrazione Inglese. La nuova riforma agraria è palesemente a favore dei proprietari terrieri inglesi che, con l'introduzione delle monoculture, lasciano i contadini ed i piccoli artigiani alla fame . Alle proteste pacifiche degli indiani si contrappone l'arroganza degli inglesi culminata con una carneficina ad Amritsar (Jalianwalla Bagh) e due mesi di legge marziale. Nel 1919 Gandhi, diventato il leader del Partito del Congresso, partito che si batte per la liberazione dal colonialismo britannico, indìce una campagna di disobbedienza civile.
La prima grande campagna di disobbedienza civile, che prevede il boicottaggio delle merci inglesi e il non-pagamento delle imposte, porta Gandhi in carcere.
Nel 1921 ha luogo la seconda grande campagna di disobbedienza civile per rivendicare il diritto all’indipendenza. Anche questa volta Gandhi viene arrestato e condannato a sei anni di carcere. Rilasciato dopo due anni trascorsi in carcere, Gandhi trova il movimento completamente demotivato e decide di lanciare una nuova campagna di disobbedienza civile. Vestito come il più povero degli indiani, con i quali si identifica, il 12 marzo 1930 Gandhi si dirige a piedi verso la costa, iniziando così la marcia di disobbedienza contro la tassa sul sale. Inizialmente seguito soltanto da alcuni studenti, durante il viaggio, conclusosi il 5 Aprile, al piccolo gruppo si aggiunge sempre più gente, parecchie migliaia e, all'arrivo al mare, Gandhi invita tutti a raccogliere loro stessi il sale in spregio al monopolio tenuto dagli inglesi.
Gli inglesi cercano di disperdere la folla, arrestano Gandhi e poi sua moglie che ne aveva preso il posto ed ancora ad uno ad uno tutti i suoi collaboratori. Alla fine 50.000 indiani riempiono le carceri. Mahatma, "Grande Anima”, come viene soprannominato dal poeta indiano Tagore, resta agli arresti fino al gennaio dell'anno dopo, quando le autorità decidono non solo di rilasciarlo ma addirittura modificano le leggi sul monopolio del sale e liberano i detenuti. In questa occasione Gandhi raggiunge un vago accordo sulle linee generali della nuova costituzione. Negli anni '30 Mahatma Gandhi fa numerosi scioperi della fame per varie cause, come le leggi elettorali a favore degli intoccabili e contro l'oppressione inglese in India. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Gandhi decide di non sostenere l’Inghilterra se questa non garantisce all’India l’indipendenza e finisce in carcere. Nel 1945 i musulmani avanzano la richiesta della creazione di uno stato musulmano separato dall'India, formato dalle province a prevalenza musulmana. Gandhi è fortemente contrario ma questa tesi ha la maggioranza dei consensi ed il 15 agosto 1947 l'India si spezza in due Stati distinti: il Pakistan e L'Unione Indiana. Naturalmente ci sono dispute per definire i confini e queste scatenano un guerra tra musulmani e hindù, guerra che, alla fine del 1947, provoca un milione di morti e circa 5 milioni di profughi. In questa situazione, in cui la violenza ha la meglio sui principi che egli ha predicato tutta la vita, Gandhi lotta con tutte le sue forze, buttandosi in uno sciopero della fame in cui rischia di morire, per porre fine ai combattimenti a Calcutta.
In seguito Gandhi si sposta, ormai vecchio e solo, a Delhi, dove le violenze degli estremistii hindù continuano numerose. Qui Mahatma Gandhi ogni sera prega all'aperto. Il 30 gennaio 1948, durante il solito incontro di preghiera, un fanatico hindù lo uccide.

Satyagraha
Nel corso delle sue lotte civili Gandhi non venne mai meno ai principi del satyagraha, osservandoli con rigore e dedizione: divenne egli stesso il simbolo della non-violenza. Satyagraha deriva dai termini sanscriti satya (verità) ed agraha (fermezza, forza), e quindi potrebbe essere tradotto come “forza della verità”. Come ogni satiagrahi (colui che pratica il satyagraha) Gandhi visse in modo semplice rispettando con umiltà undici principi:  non violenza, verità, non rubare, castità, rinunciare ai beni materiali, lavoro manuale, moderazione nel mangiare e nel bere, impavidità, rispetto per tutte le religioni, swadeshi (uso dei prodotti fatti a mano), sradicamento dell'intoccabilità.
Nell’ ambito del conflitto politico Gandhi rifiutò il machiavellismo, poiché credeva in una forte identità tra fine e mezzo: secondo il suo punto di vista per raggiungere una giusta meta sono infatti necessari strumenti pacifici e non-violenti. Il satyagrahi infatti non mira all’annientamento fisico del nemico ma a convincerlo dell’erroneità delle sue idee, tentando di farlo ragionare e di fargli cambiare opinione. Il Mahatma agì sempre coerentemente con questa affermazione ed educò i suoi seguaci alla sopportazione. Gandhi infatti può essere considerato un uomo che rivoluzionò il concetto stesso di Rivoluzione: le sue strategie per raggiungere l’indipendenza non furono la guerriglia o il brigantaggio ma la disobbedienza civile ed il boicottaggio delle merci estere. Per Gandhi era lecito non obbedire a leggi considerate ingiuste ma bisognava lo stesso assumersi le proprie responsabilità e scontare le pene previste per quel tipo di reato. Gli esempi più famosi infatti sono gli innumerevoli anni che passarono in carcere Gandhi stesso ed i suoi compagni. E’ bene sottolineare anche che durante la Marcia dal Sale del 1930 diverse migliaia di indiani, dopo aver raccolto il sale dalle saline del Gujarat (che erano di proprietà dell’impero britannico), sopportarono le percosse da parte della polizia inglese senza tirarsi indietro. Di fronte a quella moltitudine di gente determinata ed irremovibile gli ufficiali non solo rimasero sconvolti ma affermarono in seguito di aver provato una sensazione di impotenza indescrivibile.
Gandhi esortò gli indiani a tornare a cucire a mano i propri indumenti, valorizzando dunque l’appartenenza alla tradizione indiana. Ma c’era anche un obiettivo economico dietro questa scelta: tentare di bloccare il circolo commerciale inglese che opprimeva gli indiani: i mercanti inglesi compravano grossi lotti di cotone a basso costo, prodotto nelle piantagioni indiane, e poi rivendevano i prodotti confezionati in Inghilterra a prezzi di gran lunga maggiori.

Come ben si vede la non-violenza di Gandhi non è da confondersi con nessun tipo di atteggiamento passivo o rinunciatario: Gandhi infatti non predicò mai un atteggiamento passivo, incitando piuttosto sempre all’azione, all’azione giusta, perché supportata da concetti che trovano la loro origine in una tradizione spirituale millenaria, quella dell’India classica. Egli fu un vero e proprio guerriero della Verità.


Recensione del film Gandhi
Il film si apre con il Mahatma Gandhi che si accascia a terra morente, ucciso da un fanatico hindù. Lo spettatore si pone subito una domanda: “chi è quest’ uomo la cui morte ha scatenato la commozione di tutti i presenti?”. Dalla scena successiva in poi ci si ritrova a seguire passo dopo passo la vita di Gandhi, sin dall’inizio del suo fervore rivoluzionario in Sudafrica. Dopo aver acquistato notorietà grazie ai suoi metodi rivoluzionari “alternativi”, decide di ritornare in patria, in quell’India sofferente sotto il governo inglese. Da questo momento in poi la macchina da presa non si scollerà più dal Mahatma, mostrando la complessità della sua personalità, le sue paure e le sue insicurezza ma anche la sua forza, la sua resistenza “sovrannaturale” e la sua dedizione all’affermazione della Verità. La pellicola si conclude con la stessa scena con cui è iniziata, seguendo una struttura circolare, con l’immagine di Gandhi che muore affidando la propria anima a Dio: “He Ram (Oh Dio)”.

venerdì 15 marzo 2013

religione e fede




post di Marco Raciti, classe 5 B


L’uomo, la religione e la fede nelle filosofie dell'Ottocento



Hegel

La riflessione sulla religione viene affrontata da Hegel in due momenti diversi: nella fase giovanile Hegel credeva che la religione fosse l’unica strada valida per attingere la totalità ma riteneva che il Cristianesimo non fosse perfetto in quanto si era fatto istituzione;
Nella filosofia dello Spirito,la religione viene affrontata come seconda tappa per arrivare all’Assoluto. Nella religione lo Spirito si coglie non in un dato materiale, ma nel suo essere spirito; lo strumento di tale cogliersi è l'immaginazione, la rappresentazione, per cui permane una distanza tra finito e Infinito: Dio viene immaginato come un Essere trascendente.

Feuerbach

La religione è frutto della scissione dell’uomo con se stesso, in quanto l’uomo, non accettando i propri limiti,cerca rifugio in un dio,trasferendogli la propria essenza (alienazione). La religione,dice Feuerbach, è sia vera che falsa: è vera poiché essa è una prima forma di autocoscienza dell’uomo (inconsapevole),è falsa in quanto l’uomo proietta se stesso fuori di sé.
Nella religione Feuerbach trova una forza negativa,la fede: essa è tale poiché l’aspirazione alla felicità si trasforma in salvezza personale(soggettività egoistica).

Marx

Per Marx la religione, essendo un prodotto ideologico umano, deve essere collocata nella sovrastruttura, la quale a sua volta dipende dalla struttura economica.
L’alienazione religiosa non è prioritaria nell'esistenza umana, ma scaturisce dall’alienazione vissuta dall’uomo nella società e nel mondo della produzione economica


Schopenhauer

Schopenhauer sviluppa un messaggio di natura etico-religiosa, una sorta di “religione atea” che riconosceva il “nulla” di ogni esistenza individuale, assai più vicina ai testi sacri orientali che alle norme etico-cristiane: basti pensare al fatto che Schopenhauer parli di Nirvana, accostandosi al pensiero della religione buddhista; il Nirvana è un “oceano di pace” in cui il corpo non è chiamato in causa e in cui si sopprime il principio del dolore,la volontà.

Kierkegaard

Kierkegaard affermava il primato della religione e della fede sulla dimensione razionale: le religione è la sfera in cui l’individuo scopre l’insufficienza della razionalità a governare l’esistenza e a conferirle un senso. L’uomo arriva allo stadio religioso cercando di uscire dallo stato di angoscia e per farlo deve abbandonarsi completamente a Dio(scelta di fede).
La fede è salvezza possibile,è scelta della trascendenza, è un salto che si compie nel “timore e tremore”(tremore perché si ha l’incertezza che la scelta eseguita sia giusta;timore nei confronti di Dio in quanto essere infinito), acquieta l’angoscia e la disperazione, è una scelta personale che avviene nell’istante non nella storia, è un paradosso(non è logica né razionale), è uno scandalo(Dio si fa uomo).



di Ylenia Scarpignato
classe 5B

giovedì 14 marzo 2013

Il migliore dei mondi possibili




"(...)Nonché consolarci, la teoria del migliore dei mondi possibili è disperante per i filosofi che l’accolgono. Il problema del bene e del male resta, per coloro che cercano in buona fede di chiarirlo, un caos insondabile; per coloro che amano disputare è un gioco intellettuale: sono dei forzati che giocano con le loro catene. Quanto alle persone del volgo, che non pensano, esse sono abbastanza simili a quei pesci che vengon fatti passare da un fiume in un vivaio: non sospettano di trovarsi là soltanto per esser mangiati in quaresima. Cosí noi, con le nostre sole forze, nulla sappiamo intorno alle cause del nostro destino. Mettiamo dunque alla fine di quasi tutti i capitoli della nostra metafisica le due lettere dei giudici romani, quando non riuscivano a intendere una causa: N. L.,non liquet”, la cosa non è chiara."

(E. Chiari, Voltaire e il concetto di filosofia nel pensiero moderno, G. D’Anna, Messina-Firenze, 1981, pagg. 384-385)



Vittorio Mathieu


Il migliore dei mondi possibili 

di Leibniz


razionalismo e finalismo

domenica 10 marzo 2013

Il mito del Demiurgo


Nel Timeo, dialogo dell'ultimo periodo della produzione platonica, il filosofo ateniese tratta il rapporto che esiste tra il mondo della natura e il mondo articolato delle idee e prospetta la sua concezione fisica, destinata a lasciare a lungo traccia nella cultura occidentale.





Che rapporto esiste tra le idee e il mondo sensibile in cui noi viviamo? 

Le idee sono pure forme astratte o presentano una loro proiezione nel mondo che ci circonda? 

La scienza può in qualche modo svilupparsi osservando la natura?

Nel mondo della natura, secondo Platone, è presente un’incessante mobilità per cui è impossibile in essa avere scienza certa da una semplice osservazione:
il mondo allora può raccontarsi soltanto attraverso il mito, pura invenzione letteraria, ed in particolare del mito del mito del Demiurgo (T 72), un mito pre-filosofico.

Come alcuni hanno suggerito, è possibile dire che il mondo fisico derivi da un padre (il mondo delle idee) e da una madre (la materia, che è la condizione per l'esistenza del mondo fisico stesso ma che mantiene comunque una componente di indeterminazione) : tra i due vi è un mediatore, anch'esso di natura mista vista la differenza sostanziale tra il mondo delle idee e la materia. Attraverso questo mediatore  le idee non rimangono pura astrattezza ma si "calano" nel mondo sensibile, generando la complessità del molteplice ma anche la sua,  pur se imperfetta,  bellezza.
Platone mette a tal fine in gioco la figura del Demiurgo (dal Greco "demos" popolo + "ergon" opera, = artigiano). Il Demiurgo non è infatti creatore ex nihilo, ma è un divino artigiano: è colui che contemplando le idee plasma la materia ( già esistente) sul modello delle idee stesse.
Il modello che egli imita è quello delle idee, ma il materiale di cui è costituito il mondo offre resistenza all’azione del demiurgo: esso allora una volta generato non risulta perfetto e questo è il motivo della sua corruttibilità. Nonostante questo, il demiurgo foggia il mondo indirizzandolo al meglio poichè egli mira al Bene, l'idea più luminosa, come già aveva sostenuto Platone nel Fedone. A questo mondo il Demiurgo concede inoltre  il Tempo, immagine mobile dell'eternità, attraverso cui si conserva la persistenza del modello pur nella mutevolezza della materia corruttibile e fugace. Il tempo avrà sviluppo ciclico e circolare: se si vuole rappresentare l'eternità con qualcosa di movimentato, data anche la variabilità del  mondo sensibile, senz'altro ciò che meglio la rappresenta è il cerchio, il movimento circolare in cui si compie un giro per poi tornare al punto di partenza. 

Ed infatti  il tempo è caratterizzato dal non essere eternità ma tornare sempre su se stesso.

La base della struttura dell’universo sono figure geometriche elementari ossia triangoli. La matematica è allora la struttura primaria e al tempo stesso lo strumento per poter conoscere il mondo naturale, come già aveva sostenuto Pitagora (Timeo di Locri, a cui il dialogo deve il suo nome,  era infatti uno studioso pitagorico). Se nella metafora della linea abbiamo visto che  i numeri e la matematica erano a metà strada tra mondo sensibile e il mondo intellegibile, possiamo ben comprendere come qui vengano utilizzati come collegamento tra mondo ideale e materiale. 
Il mondo non può essere incorporeo (come le idee che sono il modello) ma al tempo stesso non può non essere uno, essendo imitazione del modello. Sarà costituito dai quattro elementi empedoclei (aria, acqua, terra, fuoco). Tuttavia questo mondo possiede anche un’Anima, grazie all'opera del Demiurgo, così che esso costituisca un grosso essere vivente orientato al Bene.

Il modello finalistico spiega anche la diversità tra gli uomini:

l’anima razionale ha la sua sede nel cervello, quella animosa nel cuore, quella appetitiva nelle viscere. La prevalenza di una parte sulle altre spiega le differenze di vita tra gli uomini.

Di queste differenze e della tripartizione dell'anima e della società Platone aveva già trattato nel mito della biga alata e nel mito delle stirpi.


 
"Timeo: Diciamo dunque per quale ragione l'artefice realizzò la generazione e quest'universo. Egli era buono, e in chi è buono non si genera mai alcuna invidia riguardo a nessuna cosa: essendone dunque esente, volle che tutto fosse generato, per quanto era possibile, simile a lui. Se si accettasse da uomini assennati questa ragione come quella più fondata della generazione e del cosmo, la si accetterebbe nel modo più corretto.
Volendo infatti il dio che tutte le cose fossero buone, e nessuna, per quanto possibile, cattiva, prendendo così quanto vi era di visibile e non stava in quiete, ma si muoveva sregolatamente e disordinatamente, dallo stato di disordine lo riportò all'ordine, avendo considerato che l'ordine fosse assolutamente migliore del disordine

giovedì 7 marzo 2013

8 marzo a Giarre



GIORNATA DELLA DONNA 2013








venerdì 8 marzo 2013 ore 17,30
nella sede di via Carolina 192 Giarre




organizza un incontro sul tema


donne in politica:
se non ora quando?
relatrice: prof.ssa Josè Calabrò



una buona occasione
per tutte le donne
per confrontarsi  e discutere
della necessità
dell' impegno politico e sociale
nel quotidiano


Non si nasce donna, lo si diventa


 L'eterna lotta contro gli stereotipi



di Michela Marzano

"Non si nasce donna, lo si diventa". Lo slogan di Simone de Beauvoir è famoso. Esattamente come sono noti i suoi rapporti complessi con Sartre, le sue battaglie politiche, i suoi romanzi. Ma Simone de Beauvoir non è solo questo. È soprattutto una delle maggiori intellettuali del XX secolo, la cui opera, talvolta complessa, talvolta ambivalente, ci ha lasciato in eredità una libertà immensa: quella di pensare con lei o contro di lei. Perché essere veramente liberi, significa volere la libertà degli altri. «Solo la libertà dell'altro è capace di necessitare il mio essere», scriveva nel 1947 in Per una morale dell'ambiguità.(...) Quando, nel 1949, esce Il secondo sesso, l'obiettivo di Simone de Beauvoir è chiaro: di fronte alla dominazione maschile, l'unica possibilità che resta alle donne per accedere all'uguaglianza è quello di celebrare l'universalità della ragione. È solo decostruendo le categorie di "uomo" e "donna" che si potrà un giorno permettere a tutti di accedere al "neutro". La ragione, infatti, non ha "sesso", e anche quando "ha" un corpo, non "è" mai il corpo in cui si incarna. Opponendosi ad una tradizione filosofica millenaria secondo la quale esisterebbero due essenze radicalmente differenti, quella femminile e quella maschile, la filosofa francese si batte contro l'idea che le donne siano, per natura, sprovviste di autonomia morale e incapaci di argomentare. Basta con quest'idea che l'obbedienza, la fedeltà e il silenzio siano virtù tipicamente femminili: la donna non è solo una creatura sottomessa che assiste impotente alle trasformazioni del proprio corpo; non è solo la giovane che aspetta di essere fertile, la sposa che diventa madre, l'anziana che, una volta in menopausa, esce dalla circolazione.
Basta con quest'oscurantismo che riduce la donna a "sesso": «La donna si determina e si differenzia in relazione all'uomo, non l'uomo in relazione a lei; è l'inessenziale di fronte all'essenziale. Egli è Soggetto, l'Assoluto: lei è l'Altro». Certo, la donna è "altro" rispetto ad un semplice corpo programmato per la sessualità e la riproduzione. Ma proprio perché non esiste alcuna necessità biologica di fare figli e di occuparsene, l'altro cui deve aspirare la donna è la propria razionalità.
Per sottrarsi ai condizionamenti storici, le donne devono innanzitutto rifiutare l'idea di un "destino" predeterminato ed elevarsi alla ragione universale. Devono gettare "dentro il vecchio armadio delle entità" le idee di "istinto" e di "eterno femminile". Devono affermare insieme agli uomini e "al di là delle loro differenze naturali", la loro fraternità. Ma non devono, per questo, rinunciare alla propria singolarità. Certo, "per sapere in che misura la donna manterrà la propria singolarità bisognerebbe azzardare dei pronostici molto arditi", scrive la filosofa nelle ultime pagine del Secondo sesso. È per questo che resta tanto da "dire" e da "fare", come dichiara la psicanalista Julia Kristeva.

Ma l'eredità che ci lascia oggi Simone de Beauvoir è proprio questa: una serie di chiavi di lettura per pensare il mondo in cui può vivere oggi la "donna emancipata". Senza ricette. Senza pretese. Cosciente solo del fatto che, per essere "libere", le donne non devono mai smettere di lottare contro gli stereotipi. "                                                 


Michela Marzano, Se abbiamo bisogno di Simone de Beauvoir