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lunedì 11 novembre 2013
domenica 10 novembre 2013
vita e conoscenza
post di Roberto Testa
classe 4 H
Curiosando
nel libro di filosofia, ho trovato due argomenti interessanti su cui
riflettere :
la vita e la conoscenza.
Il primo argomento è stato
approfondito da Hobbes nel "Elementi di legge naturale e politica",
mentre il secondo da Rita Levi Montalcini in "Abbi il coraggio di
conoscere".
la vita....
“
La vita è quasi come una corsa :
Allo sforzarsi, corrisponde l’appetito.
Al mancar d’energie, la sensualità.
Al guardare gli altri che stanno dietro, la gloria.
Al guardare gli altri che stanno davanti, l’umiltà.
Al perdere terreno per guardarsi indietro, la vanagloria.
All’essere trattenuti, l’odio.
Al tornare indietro, il pentimento.
All’essere in fiato, la speranza.
All’essere affaticato, la disperazione.
Allo sforzarsi di superare chi sta immediatamente avanti, l’emulazione.
Al soppiantare o far cadere, l’invidia.
Al decidere di aprirsi a forza un varco in un ostacolo visto davanti, il coraggio.
All’aprirsi a forza un varco in un ostacolo improvviso, l’ira.
All’aprirsi a forza un varco con facilità, la magnanimità.
Al perdere terreno per piccoli impedimenti, la pusillanimità.
Al cadere all’improvviso, corrisponde la disposizione al pianto.
Al vedere un altro cadavere, la disposizione al riso.
Al vedere sorpassato uno che non avremmo voluto, la compassione.
Al vedere uno, che non avremmo voluto, sorpassare gli altri, l’indignazione.
Al seguire d’appresso un altro, l’Amore.
Allo spingere colui che così ci segua d’appresso, la carità.
Al farsi male per troppa furia, la vergogna.
All’essere superato continuamente, l’infelicità.
Al superare continuamente quelli davanti, la felicità.
E all’abbandonare la pista, la morte.
” -T. Hobbes
e la conoscenza......
Non ha colonne d'Ercole il pensiero.
La tua anima piccola,
La tua anima piccola,
diabolica pigrizia, se le crea.
Né Ulisse né Colombo sospettavano
le mille isole in attesa.
Te aspettano interi continenti.
Dormono dentro il tuo cervello : osa!
Il mondo è da creare. {Maria Luisa Spaziani}
[...] La conoscenza è per definizione un bene,
Il mondo è da creare. {Maria Luisa Spaziani}
[...] La conoscenza è per definizione un bene,
forse il bene supremo
dell'uomo, perché senza di essa non possono esistere gli altri valori
fondamentali ai quali ci si appella di continuo :
<<Fatti non
foste a viver come bruti / ma per seguire virtude e canoscenza>>
(Dante Alighieri, Inferno, XXVI, vv. 119-120)
{Rita Levi Montalcini, Abbi il coraggio di conoscere}
{Rita Levi Montalcini, Abbi il coraggio di conoscere}
ragni, formiche ed api
I RAGNI, LE FORMICHE , LE
API
"Coloro che trattarono le scienze furono o empirici
o dogmatici. Gli empirici, come le formiche, accumulano e consumano. I
razionalisti, come i ragni, ricavano da se medesimi la loro tela. la via di
mezzo è quella delle api, che ricavano la materia prima dai fiori dei giardini e
dei campi, e la trasformano e la digeriscono in virtù della loro propria
capacità. Non dissimile è il lavoro della vera filosofia che non si deve servire
soltanto o principalmente delle forze della mente; la materia prima che essa
ricava dalla storia naturale e dagli esperimenti meccanici, non deve esser
conservata intatta nella memoria ma trasformata e lavorata dall'intelletto. Così
la nostra speranza è riposta nell'unione sempre più stretta e più santa delle
due facoltà, quella sperimentale e quella razionale, unione che non si è finora
realizzata".
(F. BACONE,
Novum Organum)
Bacone, in questo brano, partendo dalla natura ed
in particolare dal comportamento di alcuni animali, affronta il problema del
rapporto tra esperienza e teoria, tra empirismo e razionalismo. Gli empiristi
partono dall'esperienza, dalla natura, dal mondo circostante, per trarne la
legge generale. Come le formiche accumulano il cibo, essi accumulano nozioni su
nozioni senza però elaborarle. Al contrario i razionalisti
si possono paragonare ai ragni in quanto seguono un metodo deduttivo e la legge non si basa unicamente sui sensi ma parte da idee innate,
dall'universale si arriva quindi al particolare.
Noi uomini dotati di
intelletto, non dobbiamo limitarci ad usare i nostri sensi per capire la natura
e ad accontentarci di ciò che vediamo e sappiamo, ma non possiamo neanche
fidarci delle idee (e neppure delle scienze degli antichi) senza attenerci a
delle esperienze e a dei fatti.
Il filosofo, paragonato da Bacone alle api, deve
quindi, basandosi sulle sensate esperienze, su degli esperimenti, arrivare a
formulare con l'intelletto una legge che raccolga dei fatti affini tra loro,
solo così si possono imparare cose nuove, osservando, formulando, a volte
sbagliando, senza creare una divisione tra mondo concreto e teoria (come avevano
fatto gli antichi), ma fondendo i dati dei nostri sensi
con ciò che vede il nostro intelletto, in una scienza nuova. Se ci fermassimo soltanto ai fatti ed alle
sensazioni, non riusciremmo ad andare oltre a ciò che vediamo, non riusciremmo a
capire ciò che è nascosto dietro le cose; la vera scienza deve interrogare la natura, non soltanto anticiparla con la teoria.
venerdì 8 novembre 2013
Le vacanze di Hegel
![]() |
| Le vacanze di Hegel, Magritte 1958 |
Scriverà Magritte in una lettera:
''Ho pensato che Hegel...sarebbe stato
molto sensibile a questo oggetto che ha le due funzioni opposte: nello stesso
tempo non volere acqua ( respingerla ) e volerne ( contenerla ). Sarebbe stato
affascinato, penso, o divertito ( come in vacanza )...''.
Hegel è stato uno dei filosofi più amati da Magritte, che a lui ha dedicato il
suo quadro forse più letterale nell'applicazione della formula
problema/soluzione: ''Le vacanze di Hegel'' (1958).
Con il suo
riuscito abbinamento di oggetti opposti per funzione ( un ombrello e un bicchiere )
ma associati da un elemento comune ( l'acqua ) è anche una giocosa
applicazione della dialettica hegeliana.
L'opera è nata da una ricerca che lo stesso Magritte ha documentato.Infatti, il procedimento usato parte dall'idea per arrivare al quadro, ci mostra un'ispirazone nata dalla realtà.
Le fonti raccontano che mentre Magritte disegnava il bicchiere notò apparire una linea che formava un ombrello, allora provò ad inserirlo all'interno del bicchiere, ma l'immagine che si creava non funzionava, così pose l'ombrello, aperto, sotto il bicchiere, rispettando in questo modo la legge degli equilibri plastici.
Questa tela è l'ottimo risultato di una coincidenza tra un problema tecnico e la soluzione di questo attraverso l'immaginazione.
L'opera è nata da una ricerca che lo stesso Magritte ha documentato.Infatti, il procedimento usato parte dall'idea per arrivare al quadro, ci mostra un'ispirazone nata dalla realtà.
Le fonti raccontano che mentre Magritte disegnava il bicchiere notò apparire una linea che formava un ombrello, allora provò ad inserirlo all'interno del bicchiere, ma l'immagine che si creava non funzionava, così pose l'ombrello, aperto, sotto il bicchiere, rispettando in questo modo la legge degli equilibri plastici.
Questa tela è l'ottimo risultato di una coincidenza tra un problema tecnico e la soluzione di questo attraverso l'immaginazione.
mercoledì 6 novembre 2013
finalismo e meccanicismo
"Il tema è rappresentato dalle
diverse posizioni, nel Seicento, rispetto alle cosiddette cause finali.
Parto dai modelli già definiti nell’antichità. Ad Aristotele si deve la teorizzazione di quattro tipi
di relazioni causali, che reggerà per molti secoli. La riflessione di A. si
concentra sul finalismo interno agli organismi, secondo cui, ad esempio,
l’occhio è strutturato in quel certo modo per
poter vedere: si tratta di un
finalismo inconsapevole e per così dire spontaneo. Accanto ad esso, nei casi
che illustra, A. espone spesso (forse per motivi essenzialmente didattici, come
il più familiare) un altro genere di finalismo, questa volta “esterno” e
consapevole: quello dell’artefice, ad esempio lo scultore, che interviene sulla
materia per darle una determinata forma.
Di questo secondo genere di
finalismo, attribuito questa volta a un dio, il caso più elaborato,
nell’antichità, era quello del demiurgo platonico, nel Timeo, che plasma la materia caotica per tradurla in cosmo.
La presenza delle cause finali nel mondo costituisce una delle prove dell’esistenza di Dio.
Fin dall’antichità era esistito
anche un modello opposto, sostenuto in particolare dall’epicureismo. Per
Lucrezio, il rapporto organo/funzione negli organismi va capovolto, rispetto
alla spiegazione aristotelica: l’occhio non è fatto per vedere, bensì vede perché è costituito in quel determinato
modo; ossia alla causalità finale si sostituisce la causalità efficiente.
Altrettanto vale per l’intero universo, che ha questo assetto grazie ad
un’aggregazione casuale di atomi. Questa argomentazione è completata dal
ricorso alla selezione naturale: organismi imperfetti, costituiti in modo da
non poter svolgere le proprie funzioni vitali – prodotti anch’essi da
aggregazioni casuali di atomi – sono via via per ciò stesso scomparsi. Durante
il medioevo, fino al suo ritrovamento nel 1400, del De rerum natura si perse traccia, come accadde anche ad altri testi
che esprimevano concezioni decisamente alternative ai modelli dominanti nella
cultura cristiana.
Nel Seicento la
Rivoluzione scientifica introdusse il meccanicismo come modello dominante.
Il meccanicismo si basa sulle nozioni di materia qualitativamente omogenea e di
movimento esclusivamente locale: il moto si comunica da un corpo all’altro
attraverso un urto. Dietro a questa concezione, la duplice riduzione operata da
Galileo:
1) la materia è dotata di proprietà esclusivamente quantitative, le
proprietà sensibili (odori, colori, caldo e freddo ecc.) sono solo il modo in
cui noi percepiamo i corpi grazie alla diversità dei loro moti (così nel Saggiatore);
2) il moto è esclusivamente locale e un corpo non
muove verso una meta (non avrebbe senso in uno spazio indefinito – senza
centro, dice G. - o forse addirittura infinito), quello che conta sono il suo
punto di partenza, la sua traiettoria, la sua velocità.
Il meccanicismo esclude dunque
qualsiasi finalismo interno, non esclude affatto che questo assetto dei
fenomeni dipenda da un progetto divino. "
Anna Belgrado
Meccanicismo e finalismo nella
filosofia del ’600
Il termine “teleologia” è
relativamente recente. Al pari di alcuni altri termini del lessico filosofico fu coniato
nel XVIII secolo da Christian Wolff. Secondo il senso etimologico “teleologia” ha
a che fare con un “telos”, cioè con un fine o con uno scopo.
relativamente recente. Al pari di alcuni altri termini del lessico filosofico fu coniato
nel XVIII secolo da Christian Wolff. Secondo il senso etimologico “teleologia” ha
a che fare con un “telos”, cioè con un fine o con uno scopo.
A questo punto dobbiamo cogliere un’importante differenza, quella fra teleologia
interna ed esterna. Il testo filosofico di riferimento per la teleologia esterna è il Timeo
di Platone. Qui - in un certo qual modo in analogia filosofica rispetto al dio creatore
biblico - si narra di un demiurgo divino, buono e sapiente, il quale avrebbe creato il
mondo attuale sulla base del modello dell’ottimo mondo eterno. Ciò significa che il
mondo attuale deve all’intervento demiurgico dall’esterno quanto di buono esso possiede.
interna ed esterna. Il testo filosofico di riferimento per la teleologia esterna è il Timeo
di Platone. Qui - in un certo qual modo in analogia filosofica rispetto al dio creatore
biblico - si narra di un demiurgo divino, buono e sapiente, il quale avrebbe creato il
mondo attuale sulla base del modello dell’ottimo mondo eterno. Ciò significa che il
mondo attuale deve all’intervento demiurgico dall’esterno quanto di buono esso possiede.
Il rappresentante classico della teleologia interna è Aristotele.
In generale, Aristotele
è anche il primo vero teorico della scienza.
è anche il primo vero teorico della scienza.
Secondo Aristotele abbiamo una
comprensione scientifica di qualcosa, quando ne conosciamo le cause o i princípi,
quando insomma siamo in grado di rispondere alla domanda sul perché c’è l’oggetto
o il processo in questione.
comprensione scientifica di qualcosa, quando ne conosciamo le cause o i princípi,
quando insomma siamo in grado di rispondere alla domanda sul perché c’è l’oggetto
o il processo in questione.
Si parla di “teleologia”, quando con una
domanda sul perché si mira a stabilire che esistono in natura oggetti e processi, la cui
esistenza si lascia spiegare unicamente in virtù del fatto che essi contribuiscono al raggiungimento
di uno scopo, del fatto che, in altre parole, essi sono orientati verso un
fine.
Quando ci chiediamo: “perché il cuore pompa sangue?”, la risposta comincia con
la formula “affinché…” o con un’altra espressione linguistica dal valore finale. Una
tale spiegazione con “affinché” o con un’espressione iniziale equivalente, tuttavia, non
si riferisce in alcun modo per Aristotele a un’essenza razionale che agisce dall’esterno
sull’organismo.
E’ a questa tradizione aristotelica, quella in cui si muovono oggi le spiegazioni teleologiche,
che risalgono alla teoria evoluzionistica darwiniana. Indubbiamente nella
maggior parte dei casi non viene più usato al riguardo il termine “teleologico”. Per
evitare confusioni, si parla piuttosto di spiegazione “funzionale”
domanda sul perché si mira a stabilire che esistono in natura oggetti e processi, la cui
esistenza si lascia spiegare unicamente in virtù del fatto che essi contribuiscono al raggiungimento
di uno scopo, del fatto che, in altre parole, essi sono orientati verso un
fine.
Quando ci chiediamo: “perché il cuore pompa sangue?”, la risposta comincia con
la formula “affinché…” o con un’altra espressione linguistica dal valore finale. Una
tale spiegazione con “affinché” o con un’espressione iniziale equivalente, tuttavia, non
si riferisce in alcun modo per Aristotele a un’essenza razionale che agisce dall’esterno
sull’organismo.
E’ a questa tradizione aristotelica, quella in cui si muovono oggi le spiegazioni teleologiche,
che risalgono alla teoria evoluzionistica darwiniana. Indubbiamente nella
maggior parte dei casi non viene più usato al riguardo il termine “teleologico”. Per
evitare confusioni, si parla piuttosto di spiegazione “funzionale”
da Finalismo, meccanismo, funzionalismo:
che cosa è una spiegazione biologica
Gereon Wolters
che cosa è una spiegazione biologica
Gereon Wolters
lunedì 4 novembre 2013
universo infinito e mondi innumerabili
Nel dialogo De l’infinito, universo e mondi (1584) Giordano Bruno affronta subito il tema con un significativo
scambio di battute tra Elpino, sostenitore delle dottrine cosmologiche tradizionali, e Filoteo,
che espone le nuove teorie bruniane:
scambio di battute tra Elpino, sostenitore delle dottrine cosmologiche tradizionali, e Filoteo,
che espone le nuove teorie bruniane:
«Come è possibile che l’universo sia infinito?», chiede Elpino.
«Come è possibile che l’universo sia finito?», ribatte Filoteo.
Nel brano riportato Bruno nega che l’infinito possa essere colto dai sensi e afferma la coincidenza
in Dio di libertà e necessità: da una causa infinita non può derivare che un effetto infinito
Nel brano riportato Bruno nega che l’infinito possa essere colto dai sensi e afferma la coincidenza
in Dio di libertà e necessità: da una causa infinita non può derivare che un effetto infinito
il dramma italiano
Segnalo a tutti, per la lettura e la riflessione, l'articolo di Ilvo Diamanti sulla cosiddetta "fuga dei cervelli" dall'Italia. In effetti non si tratta solo di un problema, è un autentico dramma nazionale che attraversa tutto il paese stracciando le speranze di genitori e giovani su un possibile futuro in Italia. Diventando sempre più vecchi non ci accorgiamo che il danno darà conseguenze gravissime, e non solo perchè sta mandando in fumo progetti per una famiglia e un lavoro dignitoso, ma nientifica gradualmente anche possibili investimenti nella cultura e nell'istruzione ( a chi serve se non c'è più nessuno?), trascinando rovinosamente l'Italia verso il declino.
Iniziate a leggere l'articolo dalla sua conclusione, ma poi tornate indietro e seguitelo attentamente.
Parla del dramma di questa generazione e dei suoi genitori.
ASCOLTIAMOLO
di Ilvo Diamanti
"Non è una fuga, ma la ricerca di lavoro e di esperienza, in un mondo dove i
confini sono sempre più aperti - per chi non proviene dai Paesi poveri. E i
"cervelli" sono sempre ben accolti. Questo è il problema, per l'Italia. Non che
i nostri "cervelli" se ne vadano. Ma che non ritornino. E poco si faccia per
farli rientrare. O per attirarne altri, di eguale qualità. Perché noi importiamo
lavoratori a bassa qualificazione. Ed esportiamo i nostri figli. Perdiamo i
giovani e i cervelli. Perché siamo incapaci
di offrire loro un destino coerente con le loro attese e le loro competenze.
Così è comprensibile, perfino conseguente, che quasi tutti i giovani (8 su 10,
dati Demos) siano convinti che, per fare carriera, occorra partire. Dall'Italia.
Un Paese vecchio. Che maschera l'età e le rughe in modo artefatto - e un po'
patetico. E lascia partire i giovani, senza farli tornare. Illudendosi di
fermare il tempo. Di non invecchiare. Mentre, così, nasconde soltanto il
futuro. "
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