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domenica 28 aprile 2019

l'etica del vero politico secondo Max Weber


"Nella sua ormai famosissi­ma conferenza sul tema Politica come professione (tenuta a Mona­co il 28 gennaio 1919, un anno prima della sua morte), Max We­ber trattò in modo disincantato il tema del rapporto fra etica e politica.
La politica è il dominio della forza. Chi ha la «vocazione» per la politica (Beruf in tedesco significa sia professione sia vocazio­ne) sa di dover affrontare aspre lotte. Solo uomini astuti e dal carattere forte potranno affrontare le insidie «diaboli­che» della politica, il cui terre­no proprio è l’uso della forza. E’ per definire questo carattere che Weber introduce la distin­zione tra
  • “etica della convin­zione” — o più precisamente “eti­ca dei princìpi” (Gesinnungsethik)
  • ed “etica della responsabilità” (Verantwortungsethik).
La prima è un’etica assoluta, di chi ope­ra solo seguendo principi rite­nuti giusti in sé, indipendente­mente dalle loro conseguenze. E’ questa un’etica della testimonianza assolutizzata: “avvenga quel che avverrà, io devo comportarmi così”. Gli insuccessi, in questo quadro, sono da attribuire al mondo esterno, che si è opposto ai buoni principi.
La seconda è l’etica veramente pertinente alla politica. L’etica della responsabilità si riferisce alle presumibili conseguenze delle scelte e dei comportamenti che l’individuo ed il suo gruppo di appartenenza mette in atto.
Gli insuccessi, in questo caso, sono invece da attribuire al politico che non ha saputo ben operare nel conseguimento dei fini
Il pro­blema, scrive Weber, è che «il raggiungimento di fini buoni è accompagnato il più delle vol­te dall’uso di mezzi sospetti», e «nessuna etica può determi­nare quando e in qual misura lo scopo moralmente buono “giustifica” i mezzi e le altre conseguenze moralmente peri­colose». Chi non tiene conto di questo — che dal bene non deriva sempre il bene e dal male non deriva sempre il ma­le — «in politica è un fanciul­lo».
Le due etiche non sono però «antitetiche ma si comple­tano a vicenda, e solo- congiun­te formano il vero uomo, quel­lo che può avere la “vocazione per la politica“», salvo ribadire che tra esse non potrà mai dar­si vera conciliazione né armo­nia a buon mercato.
La lezione di realismo di Weber si spinge così fin den­tro le pieghe dell’etica. Egli afferma che solo un atto di responsabilità può risolvere, nell’azione, i “dilemmi etici” che il politico, e in generale chiunque abbia responsabilità verso il prossimo, si trova ine­vitabilmente di fronte. I valori sono più d’uno, ognuno ugual­mente importante nella propria sfera, e non sempre sono armo­nizzabili, ma possono scontrar­si ed entrare in conflitto quando è il momento di agire.
Questo è il senso del concetto di “politeismo dei valo­ri“
Non che l'etica della convinzione coincida con la mancanza di responsabilità e l'etica della responsabilità con la mancanza di convinzione. Non si vuol certo dir questo. Ma v'è una differenza incolmabile tra l'agire secondo la massima dell'etica della convinzione, la quale - in termini religiosi - suona: "Il cristiano opera da giusto e rimette l'esito nelle mani di Dio", e l'agire secondo la massima dell'etica della responsabilità, secondo la quale bisogna rispondere delle conseguenze (prevedibili) delle proprie azioni. 

A un convinto sindacalista il quale si regoli secondo l'etica della convinzione potrete esporre con la massima forza di persuasione che la sua azione avrà per conseguenza di aumentare le speranze della reazione, di aggravare l'oppressione della sua classe e di impedirne l'ascesa: ciò non gli farà la minima impressione. Se le conseguenze di un'azione determinata da una convinzione pura sono cattive, ne sarà responsabile, secondo costui, non l'agente bensì il mondo o la stupidità altrui o la volontà divina che li ha creati tali. 

Chi invece ragiona secondo l'etica della responsabilità tiene appunto conto di quei difetti presenti nella media degli uomini; egli non ha alcun diritto - come giustamente ha detto Fichte - di presupporre in loro bontà e perfezione, non si sente autorizzato ad attribuire ad altri le conseguenze della propria azione, fin dove poteva prevederla. Costui dirà: "queste conseguenze saranno imputate al mio operato". L'uomo morale secondo l'etica della convinzione si sente "responsabile" solo quanto al dovere di teneraccesa la fiamma della convinzione pura, per esempio quella della protesta contro l'ingiustizia dell'ordinamento sociale. Ravvivarla continuamente, è questo lo scopo delle sue azioni assolutamente irrazionali - a giudicarle dal loro possibile risultato - le quali possono e devono avere un valore soltanto di esempio.

Ma nemmeno con ciò il problema è esaurito. 

Nessuna etica del mondo può prescindere dal fatto che il raggiungimento di fini "buoni" è il più delle volte accompagnato dall'uso di mezzi sospetti o per lo meno pericolosi e dalla possibilità o anche dalla probabilità del concorso di altre conseguenze cattive, e nessuna etica può determinare quando e in qual misura lo scopo moralmente buono "giustifichi" i mezzi e le altre conseguenze moralmente pericolose.


lunedì 15 aprile 2019

LA FISICA DI ARISTOTELE: è nato prima l'uovo o la gallina? risponde Aristotele


è nato prima l'uovo o la gallina?


esiste il cambiamento? da cosa è regolato?


atto e potenza sono condizioni fisse o relative?

la gallina è sempre stata gallina?
e l'uovo?

➦👉

  
DUNQUE
prima bisogna ammettere la gallina

.....e dopo l'uovo!


per concludere:
il divenire per Aristotele esiste e non è illusione, come in Parmenide

riguarda le sostanze ed è un passaggio dalla potenza all'atto
l'atto ha priorità rispetto alla potenza
gnoseologica, ontologica e logica

per essere più precisi, nella catena universale:
si configura come spazio e cambiamento tra due estremi, 
ovvero procede dalla materia prima all'atto puro


LA FISICA del cosmo

come è strutturato l'universo?

e da quali movimenti è regolato?






con l'aiuto della prof.Gabriella Giudici


i contrari sono alla base del divenire?




quali cause generano il movimento?




COME SI PUO' DEFINIRE  LO SPAZIO?

E' IL LUOGO OCCUPATO DA CORPI, 
cioè sostanze, sinoli di materia e forma

pertanto

NON ESISTE IL VUOTO, 
NE' INTRACOSMICO, NE' EXTRACOSMICO

E COME SI PUO' DEFINIRE IL TEMPO?

LA MISURA DEL DIVENIRE SECONDO UN PRIMA E UN POI
E' OGGETTIVO MA VIENE MISURATO SOGGETTIVAMENTE DALL'ANIMA

da qui un REALISMO GNOSEOLOGICO
cioè

l'anima rispecchia l'ordine esistente nel mondo
dunque

la  conoscenza del mondo, se correttamente guidata,
va considerata
VERA



ALLA FISICA APPARTIENE ANCHE LA PSICOLOGIA

se la fisica si occupa delle sostanze in movimento, è possibile includere in essa lo studio dei corpi viventi?

Che cosa dà vita a un corpo? E in che modo?

da qui
le risposte
nella PSICOLOGIA


IN QUANTO STUDIO DELL'ANIMA, CHE E' CONSIDERATA  
VITA IN ATTO 

MENTRE IL CORPO E' SOLTANTO 
VITA IN POTENZA

essa, tuttavia, come in Platone, è immortale nell'uomo 

in quanto corrisponde al pensiero 






domenica 7 aprile 2019

la metafisica, studio dell'essere in quanto essere


[...]Sicché, se gli uomini filosofarono per fuggire l'ignoranza, è evidente che cercarono il sapere per il conoscere, e non per trarne un utile. 
Ne è prova ciò che è accaduto: infatti quando ormai possedevano quasi tutte le cose necessarie e quelle occorrenti per un'esistenza confortevole e piacevole, gli uomini cominciarono a esercitare questo tipo di intelligenza. 
E' chiaro dunque che noi non cerchiamo questo sapere per nessun altro uso, ma come dell'uomo diciamo che è libero quando esiste per sé stesso e non per un altro uomo, 
così cerchiamo questa scienza come quella che è l'unica tra le scienze a essere libera, 
perché è l'unica che ha come fine se stessa [...]

Aristotele





domenica 31 marzo 2019

Platone: la passione per la politica



"Da giovane anch’io feci l’esperienza che molti hanno condiviso. Pensavo, non appena divenuto padrone del mio destino, di volgermi all’attività politica. Avvennero nel frattempo alcuni bruschi mutamenti nella situazione politica della città. Il governo di allora, attaccato da più parti, passò in altre mani, finendo in quelle di cinquantun uomini di cui undici erano in città e dieci al Pireo; ciascuno di questi aveva il compito di presiedere al mercato e aveva incarichi amministrativi. Al di sopra di tutti c’erano però trenta magistrati che erano dotati di pieni poteri. Caso volle che fra questi si trovassero alcuni miei parenti e conoscenti che non esitarono a invitarmi nel governo, ritenendo questa un’esperienza adatta a me. 

Considerata la mia giovane età, non deve meravigliare il mio stato d’animo: ero convinto che avrebbero portato lo Stato da una condizione di illegalità ad una di giustizia. E così prestai la massima attenzione al loro operato. Mi resi conto, allora, che in breve tempo questi individui riuscirono a far sembrare l’età dell’oro il periodo precedente, e fra le altre scelleratezze di cui furono responsabili, mandarono, insieme ad altri, il vecchio amico Socrate –una persona che non ho dubbi a definire l’uomo più giusto di allora- a rapire con la forza un certo cittadino al fine di sopprimerlo. E fecero questo con l’intenzione di coinvolgerlo con le buone o con le cattive nelle loro losche imprese. Ma Socrate si guardò bene dall’obbedire, deciso ad esporsi a tutti i rischi, pur di non farsi complimenti delle loro malefatte. 
A vedere queste cose ed altre simili a queste di non minore gravità, restai davvero disgustato e ritrassi lo sguardo dalle nefandezze di quei tempi. 

Poco dopo avvenne che il potere dei Trenta crollasse e con esso tutto il loro sistema di governo. Ed ecco di nuovo prendermi quella mia passione  per la vita pubblica e politica; questa volta però fu un desiderio più pacato. Anche in quel momento di confusione si verificarono molti episodi vergognosi, ma non fa meraviglia che nelle rivoluzioni anche le vendette sui nemici siano molto più feroci. Tuttavia gli uomini che in quella circostanza tornarono al governo si comportarono con mitezza. Avvenne però che alcuni potentati coinvolgessero in un processo quel nostro amico Socrate, accusandolo del più grave dei reati, e, fra l’altro, di quello che meno di tutti si addiceva ad uno come Socrate. Insomma, lo incriminarono per empietà, lo ritennero colpevole e lo uccisero; e pensare che proprio lui si era rifiutato di prender parte all’arresto illegale di uno dei loro amici, quando erano banditi dalla Città e la malasorte li perseguitava. 

Di fronte a tali episodi, a uomini siffatti che si occupavano di politica, a tali leggi e costumi, quanto più, col passare degli anni, riflettevo, tanto più mi sembrava difficile dedicarmi alla politica mantenendomi onesto. Senza uomini devoti e amici fidati non era possibile combinare nulla e d’altra parte non era per niente facile trovarne di disponibili, dato che ormai il nostro stato non era più retto secondo i costumi e il modo di vivere dei padri ed era impossibile acquisirne di nuovi nell’immediato. 
Il testo delle leggi, e anche i costumi andavano progressivamente corrompendosi ad un ritmo impressionante, a tal punto che uno come me, all’inizio pieno di entusiasmo per l’impegno nella politica, ora, guardando ad essa e vedendola completamente allo sbando, alla fine fu preso da vertigini.[...]

In verità, non cessai mai di tenere sott’occhio la situazione, per vedere se si verificavano miglioramenti o riguardo a questi specifici aspetti oppure nella vita pubblica nel suo complesso, ma prima di impegnarmi concretamente attendevo sempre l’occasione propizia. 
Ad un certo punto mi feci l’idea che tutte le città soggiacevano a un cattivo governo, in quanto le loro leggi, senza un intervento straordinario e una buona dose di fortuna, si trovavano in condizioni pressoché disperate. In tal modo, a lode della buona filosofia, fui costretto ad ammettere che solo da essa viene il criterio per discernere il giusto nel suo complesso, sia a livello pubblico che privato. 

I mali, dunque, non avrebbero mai lasciato l’umanità finché una generazione di filosofi veri e sinceri non fosse assurta alle somme cariche dello Stato, oppure finché la classe dominante negli Stati, per un qualche intervento divino, non si fosse essa stessa votata alla filosofia[...]"

Platone, dalla Settima Lettera


la filosofia di Platone e i miti: alcune riflessioni

mercoledì 27 marzo 2019

incontro a scuola su Platone


Terrestrizzazione del cielo e celestizzazione della terra. 

Astrologia e astronomia nella Repubblica e nelle Leggi di Platone

particolare dela Scuola di Atene di Raffaello

a cura della classe 3 E
UDA secondo quadrimestre

 3 Aprile, h 15

Liceo Leonardo, aula Galilei

In tutte le civiltà del mondo antico, compresa la Grecia, la creazione di una nuova città, la costruzione di un tempio e in genere di ogni opera architettonica veniva considerata un atto creativo equivalente alla creazione del cosmo. 
La cosiddetta "geografia sacra" o "terrestrizzazione del cielo" seguiva delle regole ben precise, alla cui base c'era la riproduzione sulla terra degli "ornamenti disposti nel cielo" (Platone, "Repubblica", 529 cd), cioè dei disegni delle costellazioni celesti. 
A tale riguardo Platone, nella "Repubblica" e nelle "Leggi", dà precise disposizioni intorno alla costruzione dello Stato Ideale. 
Queste disposizioni, basate sulla corrispondenza sacra di cielo e terra, miravano a ricreare in terra il percorso annuale del Sole, datore di vita, nella fascia zodiacale, con le sue dodici fasi, che corrispondono ai dodici Segni dello Zodiaco, oltre a rappresentare i dodici dèi al seguito di Zeus. 
L'Astronomia e l'Astrologia, che nei tempi antichi erano discipline sorelle, fornivano le conoscenze affinchè ogni tipo di costruzione sulla terra potesse divenire l'immagine vivente del cielo. 
L'incontro del 3 Aprile metterà in luce queste tecniche, rivalutando il ruolo primario dell'arte astrologica nel pensiero antico
prof.ssa Pia Vacante

domenica 17 marzo 2019

il mondo, l'uomo e Dio





La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.

    Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;

    perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
(Dante, Paradiso, vv.1-9)